giovedì 27 ottobre 2016

Parole rubate #5

Buon Giovedì, Lettori! Come state? Spero bene. Come forse avrete notato, ieri non ho pubblicato il mio adorato WWW, ma ho una buona scusa. Anzi due. La prima è che ho dovuto fare un esamino, nel pomeriggio, e tra il ripasso disperato del mattino, l'esame in sé, e l'aperitivo di festeggiamento/consolazione della sera, non ho avuto molto tempo per aggiornare il blog. Ma c'è anche una seconda ragione per cui non ho ritenuto il caso proporvi un nuovo WWW: quello di questa settimana sarebbe stato identico all'ultimo. Ebbene si, in questi giorni, per quanto abbia usato ogni momento libero per proseguire la lettura de Il trono di ghiaccio non sono riuscita a finirlo perché, in effetti, i momenti liberi sono stati brevi e rari. Ma a partire da oggi, potrò prendermi una piccola pausa dalle lezioni, quindi conto di terminarne la lettura in un paio di giorni.

E detto questo, torniamo alla rubrica di oggi...



Dopo un anno di schiavitù nelle miniere di Endovier, Celaena Sardothien si era abituata a essere condotta ovunque in catene, con una spada puntata addosso. Migliaia di schiavi ricevevano lo stesso trattamento, ma quando andava e tornava dalle miniere Celaena era sempre accompagnata da sei guardie in più rispetto agli altri. Questo l’assassina più famigerata di Adarlan lo aveva messo in conto. Ciò che invece non aveva previsto era l’uomo incappucciato e vestito di nero, sempre al suo fianco, proprio come in quel momento. L’uomo l’afferrò per un braccio e la portò nel palazzo scintillante, dove alloggiavano quasi tutti gli ufficiali e i sorveglianti di Endovier. Vagarono per corridoi e rampe di scale in modo che Celaena perdesse l’orientamento e, dunque, ogni possibilità di ritrovare la via d’uscita. Questa, almeno, era l’intenzione della sua scorta, perché lei sapeva benissimo di essere appena salita e scesa dalla stessa scala nel giro di pochi minuti. Né le era sfuggito il contorto percorso da un piano all’altro, in un edificio che era un ordinato reticolo di scale e corridoi. Come se bastasse così poco a disorientarla! Se non avesse visto tutto l’impegno che ci aveva messo quell’uomo, Celaena avrebbe persino potuto offendersi. Imboccarono un corridoio particolarmente lungo. Il silenzio era interrotto soltanto dal rumore dei loro passi. L’uomo che la teneva per il braccio era alto e slanciato, ma aveva il volto celato dal cappuccio. Un’altra tattica per confonderla e incuterle soggezione, insieme agli abiti neri. L’uomo fece un cenno con la testa e Celaena rispose con un ghigno. Lui la guardò di nuovo, ma stavolta strinse la presa come una morsa. Forse doveva sentirsi lusingata di tante attenzioni, anche se non sapeva esattamente cosa stesse succedendo, né perché lui fosse rimasto lì ad aspettarla all’uscita della miniera. Dopo che aveva picconato tutto il giorno per estrarre il sale dalle viscere della montagna, non era stato certo piacevole ritrovarselo davanti con sei guardie al seguito. A ogni modo, quando lui si era presentato al sorvegliante come Chaol Westfall, capitano della guardia reale, lei aveva rizzato le orecchie e all’improvviso si era sentita schiacciata fra il cielo incombente su di lei, le montagne che la incalzavano alle spalle e la terra gonfia sotto i piedi. Da un po’ non assaporava la paura o, meglio, si era imposta di non assaporarla. Ogni mattina, al risveglio, si ripeteva le stesse parole: “Non avrò paura”. Per un anno quelle parole le avevano permesso di piegarsi senza spezzarsi, di non crollare nel buio della miniera. Ma questo il capitano non doveva saperlo. Celaena osservò le dita guantate che la tenevano per il braccio. Il nero della stoffa quasi si confondeva con il colore della sua pelle sudicia. Con la mano libera si aggiustò la tunica logora e sporca, e trattenne un sospiro. Visto che scendeva in miniera prima dell’alba e ne usciva dopo il tramonto, il sole per lei era poco più che un miraggio. 

***
Oggi ho deciso di mostrarvi l'incipit del romanzo. Che cosa ne pensate?

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